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Trovarobe di un teatro dell'anima

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FAUSTO LORENZI per la rivista AB

TROVAROBE DI UN TEATRO DELL'ANIMA



Gabriella Goffi ha incominciato più di vent’anni fa ad uscire allo scoperto inscenando un trovarobato di vecchi residuati della civiltà contadina e artigianale con una nuova leggerezza che suggerisse ad ogni spettatore la possibilità di inseguire un ordine poetico del tutto libero. Era una sorta di carpentiere che avesse affidato alle chiavi del grottesco e dell’onirico la porta di accesso a un arricchimento dello slancio vitale, suscitando presenze magiche e totemiche, forme antropomorfe di legni, ferri, chiodi, tessuti, in un gioco fluido non tanto di libere associazioni surrealiste, quanto di disseminazione di significati, o di sorprese attestate sulla soglia del turbamento psichico.
Ha continuato in “stanze” e “sculture” di tela, creta, cartapesta, gesso, colla, garza, perline, bottoni, bastoni, corda, fili sottili, esplorando la vita in tutti i suoi enigmi, gioie e paure che ci portiamo dietro dall’infanzia, senza pretendere di ricondurre l’inconscio ad una spiegazione. “Mi piace creare situazioni dove uno si perde e si ritrova”. E’ come se rifiutasse di sottomettersi ad una disciplina definitiva, fosse anche la sua, per inoltrarsi sempre nel bosco delle favole, O nella soffitta della nonna, ad aprire bauli. Ne nasce un esercizio anche diaristico di “cassetti dell’anima”, di velamenti-svelamenti tra teche e custodie, tra polvere del tempo e fragranza lieve e allusiva di un “bazar delle voglie più segrete”, che però sanno di non poter evadere lo spazio e il filo della vita. Infatti dice di non sentirsi scenografa, anche se ha collaborato anche ad allestimenti teatrali, ed a uno straziante percorso, con la regista Sara Poli, nell’infanzia divorata dalla Shoah: “Mi piace tirar dentro le persone nelle situazioni che creo: non dire, ma far intuire, perché poi ciascuno ritrovi qualcosa di sé”.
Fa in modo che le cose non stiano più nella loro pelle comune, per attestarsi alla soglia dei nostri sogni o desideri, magari come lembi di corpi. Ma sempre col senso d’un gioco di travestimenti, di sabbia o d’ombre, ondivago e fluttuante. L’arte vissuta come esercizio sfuggente e di “perversione” sottile, insinuante, nascondendo talismani, come nelle favole.
Tra favole e arte c’è un legame di fondo, nella capacità di credere «in cose che non esistono, pur sapendo che non esistono»: tutti noi crediamo in quel che un’opera d’arte rappresenta come un bambino crede nelle figure che popolano le sue favole. E poi, come annotava Paul Klee quasi cent’anni fa, nel 1912, nell’arte “si può ricominciare da capo”. Si può reinventare il mondo, e fare in modo che le parole coincidano con le cose, se si è capaci di ritrovare lo stesso potere di vedere che è concesso proprio ai bambini. Cioè di mantenere vive tutte quante le qualità dell’ essere.
E’ proprio qui che si trova il punto di sutura di tutta l’esperienza di vita maturata da Gabriella Goffi, che in partenza è stata insegnante nella scuola materna, specializzandosi poi in tecniche di linguaggi non verbali, e in laboratori di creatività con adulti e bambini che affiancano le esperienze di psicodramma moreniano, e che nella sua cascina-laboratorio nella campagna alla periferia di Gavardo, in un’infilata di stanze - l’una dentro l’altra come le matrijoske - mantiene viva l’idea dell’itinerario iniziatico, delle camere delle meraviglie. Anche un’altalena scandisce il passaggio da una stanza all’altra, a dire d’una condizione sospesa tra la realtà e il sogno.
La «condizione d’infanzia» può diventare una quanto mai consapevole filosofia dell’essere al mondo, anche da adulti, se si mantiene la vitale capacità di meraviglia, di fronte alla trama dell’esistenza inscenata nel labirinto della fiaba, prima istitutrice dell’umanità fanciulla: aiuta a scoprire il fervore, l’ostinazione della vita che si intreccia col dolore e la miseria del mondo. C’è sempre un buio che attira nel suo golfo di fascinazione paurosa, c’è sempre una luce accesa come la lampada sul comodino nella cameretta infantile.
L’ultima avventura di Gabriella in un territorio magico si intitolava “Casca il mondo”, nell’inverno scorso in una foresta di colonne in un capannone dell’ex cotonificio De Angeli-Frua a Roè. In collaborazione con la fotografa Tiziana Arici, inscenava sogni agitati e grotteschi, paurosi e felici dell’infanzia, trasfigurando un’esperienza di laboratorio di creatività condotta con bambini vittime di violenze e abusi, affiancando, come avviene da tempo, il lavoro di una psicologa, Laura Consolati. Materiali “poveri” e leggeri chiamati a mimare, in modo del tutto innocuo, la pericolosità dei mostri veri, in un gioco scanzonato e dolce che faceva perno sulla memoria dell’infanzia, e su tutta la catena di archetipi che ci trasciniamo “dentro”, dai primordi dell’umanità.
Ma Gabriella Goffi non dissemina soltanto i suoi elementi. Ha usato in passato ed è tornata ora ad usare piccole costruzioni che paiono destinate a raccogliere la contabilità della vita: scatole, gabbie, quaderni d’artista, ma anche grandi vestiti bui, che stipano oggetti e bamboline, o trasparenti, abitati dalla luce. C’è una fantasia di origine dadaista e surrealista - che va nei riferimenti generici dai merzbilder di Schwitters ai collages ed alle sculture di Max Ernst, dalle scatole magiche di Joseph Corneli agli assemblaggi della Nevelson, alle suggestioni del pop europeo da Tilson a Baj - nell’inscatolamento ordinato, razionale, di oggetti irrazionali, di memorie, allusioni e tracce leggere dell’esistenza. Ma tutti gli artisti contemporanei hanno fatto un gran lavoro di raccolta di oggetti trovati e di manipolazione con forbici e colla, ago e filo. Gabriella Goffi sembra persino alludere coi suoi ricettacoli ad una condizione femminile storica, laddove pare esercitarsi la parsimonia della massaia che tiene ordinata la dispensa, che rammenda i tessuti, che recupera le pezze nel patchwork, e che si piega a proteggere la continuità del focolare domestico, della vita; ma anche a un esercizio diaristico, di chi tiene annotati i propri sogni. E infine anche alle molteplici dimensioni del tempo che convivono nella nostra esperienza, e non a caso in certi teatrini messi sotto teca di vetro o plexiglas di si assiste all’arresto degli orologi, al tempo sospeso. Anche se talora è come se sotto queste teche si fosse ammessi a spiare una intimità ferita, il profumo (e il silenzio) d’una dolce malinconia, d’un tempo che non tornerà mai più. Nonostante tutta l’ansia di progetto, di costruzione, incasellamento e decifrazione, raccogli indizi d’una infanzia sentimentale che si vorrebbe indefinitamente portare con sé. Come quando nell’installazione “Le stanze di sopra”, nel 2001 alla Fondazione Cominelli di Cisano, ha sospeso una scala di corda, che usciva dalle finestre del palazzo settecentesco, a suggerire una metafora dell’abitare, del luogo in cui confluisce la nostra identità, che viene prima del costruire. Abitare come consapevolezza che la vita umana non si limita all’arco di una sola esistenza, e da qui una fiducia ostinata nella continuità della vita -di natura e società umana - come qualcosa che cerca da sé di arrivare a una forma. I pensieri prendono forma provvisoria, scorrono tra la gente. Come quando Gabriella Goffi inscena con le sue presenze-abito o i suoi vestiti-lampada una bellezza che si aspetta di essere vista, ma sta celata dentro il vedere. O come quando fa volare le sue farfalle bianche su una città cupa, come cercasse di fissare tutti gli attimi fuggenti come farfalle infilzate, in haiku visuali gozzaniani e leggeri. Sempre Gabriella fonde retaggi della fatica e del lavoro, degli usi e delle tradizioni della nostra vecchia civiltà contadina con l’arte orientale dei monumenti mobili, leggeri, oscillanti e precari, che guidano il travaso spirituale in un mondo perpetuamente transitorio. Come in un giardino giapponese, ci si inoltra in un luogo di pensieri etici e fantastici affidati a costruzioni delicate e reticenti, porose e sorprendenti. Inscena un’antica consonanza con la vita segreta degli oggetti e la sintonia vitale di queste cose, portatrici di presenze umane, con le stagioni della natura. In lei non va cercata tanto la costanza stilistica, quanto la coerenza conoscitiva, nel frugare in tutti i detriti della vita. Conta la capacità di trasformare anche scene domestiche e oggetti trovati in fiabe, la memoria come gelosa, ossessiva visitazione dei fantasmi dell’anima, piegandosi con sommessa tenacia a raccogliere e proteggere, anche nell’arte, la continuità della vita e degli affetti.

Fausto Lorenzi 2006

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