gabriella goffi


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Antologia critica

Critica

Gli autori sono citati in ordine alfabetico.


ABATI
Non si tratta in alcun modo di riproposizione eccentrica di oggetti d'uso definiti da una finalità ben precisa, ma della valorizzazione del carattere poetico di materiali modificati dall’azione dell’uomo e dell’usura: legno e metallo si combinano con pietre, vetro, corda, diventando ora ruvidità, ora calore, ora leggerezza o profondità, ora pieno ora vuoto. La poesia contenuta nelle figure di Gabriella Goffi non ricerca alcun filtro per raggiungere il pubblico, ma risiede nella semplice presenza di personaggi che molto raccontano di sé attraverso i propri elementi costitutivi.
Mauro Abati

BERNARDELLI CURUZ
E' un ritaglio della nostra infanzia, non quella cronologica - che potremmo evocare con toni realistici - ma quella mitica. L'infanzia che ci faceva albergare al centro di una fiaba, cosicché al minimo tremito naturale le ombre mutavano il sembiante e l'ambiente si popolava di arcani. Gabriella Goffi realizza installazioni che alludono al tempo mitico, a quel giardino che fu indicato da Savinio come luogo della tragedia dell'infanzia, momento fatato in cui, pur nel possente errore, fluttuano i primi segni dell'ostilità del mondo e il grande manto della morte. L'artista non lavora con materiale fiabesco riconoscibile - non esistono citazioni a personaggi o a trame -, ma sulla struttura fiabesca, che ella maneggia con sicurezza, quanto conchiglie delle quali s'è perso il morbido contenuto e s'è conservato il guscio luminoso. Goffi entra pertanto nelle stanze della psiche, le analizza e le riproduce attraverso eleganti e suggestive installazioni, intuendo quanto sia fondamentale - nella percezione del fiabesco - la suddivisione dei segmenti narrativi per esterni e per interni. Gli allestimenti di Gabriella Goffi calano peraltro profonde radici in un 'intensa attività di apprestamenti scultorei che l'artista affronta utilizzando legni plasmati dal tempo, chiodi e corde ed altri materiali di recupero in una duplice direzione: da un lato rivisita, peraltro con molta eleganza, le modalità costruttive che appartengono alla tradizione infantile in archetipo, dall'altro si trova spesso a citare soprattutto nella serie delle figure, che appaiono perentorie e grottesche, non senza comunque rinunciare a un'aria di morbida poesia - la ricerca compiuta di Baj, all'indirizzo dell'infantilizzazione degli eroi, contro un pensiero adulto troppo spesso non in grado di comprendere il lato grottesco delle manifestazioni del potere. Nel senso di una visione narrativa più complessa - non lasciata cioè alla forza evocativa di un'icona che si pone come sfinge nei confronti dello spettatore -vanno letti i teatrini, nei quali recitano a soggetto vecchi taglieri, chiodi cinquecenteschi, bottoni e antiche ferraglie, che disegnano volti sovrapposti dagli occhi d'uccelli notturni.
Maurizio Bernardelli Curuz

CORRADINI
Goffi fa emergere pensieri della sua installazione: nella solarità apparente della luce tutto dovrebbe essere leggero e lineare (ma non lo è); nel cuore oscuro dell’ombra, non tutto è segreto, non tutto è inquieto: c’è anche il progetto, magari più difficile, da cogliere con l’entusiasmo della luce inattesa: come il bagliore improvviso nel temporale estivo, che di colpo illumina il campo e ci porta a vedere per un attimo ciò che forse non avremmo mai scoperto. Perchè la vita, dice Goffi, è questa incredibile oscillazione; e, afferma l’autrice, non possiamo che viverla in entrambe le misure. Abito la luce e l’ombra, a riassumere una storia con cui abbiamo dovuto e continuamente dobbiamo fare i conti. Contro le superficialità che tutto vorrebbero contrapporre. Perchè per Goffi, l’installazione è sicuramente espressione di poesia, ma anche modello di pensiero.
Mauro Corradini

GANDRA
Preziosismo dinamico, antico e allo stesso tempo latente e contemporaneo, dove i sensi, gli umori e i sogni prendono corpo nei materiali sospesi, nei colori combinati, nelle trasparenze inquietanti, c'è qualcosa di sconvolgente che fa vibrare lo sguardo e impedisce la fruizione distesa: è il rumore del silenzio e della parola muta. Tutto questo si distende nella sospensione del sogno aprendo spiragli onirici che spaziano oltre la bidimensionalità della superficie, dando voce ai sentimenti compressi in una ragnatela di trame, di ricami e di trasparenze. Il lavoro minuzioso di Gabriella Goffi è una rivolta implosiva e rinchiusa in un campo di energie latenti, dove ogni particella, pietra, tessuto, filo, acquista significato e parla il linguaggio antico, mai espresso, di un universo femminile sotterraneo.
Maria Rita Gandra

GHIRARDI
Gabriella Goffi racconta storie: come un cantastorie canta versi e crea immagini. Già nelle sue sculture di legno, ferro, cose vecchie recuperate c’e la storia: la sua, quella di un’infanzia trascorsa in una famiglia umile, ma anche quella originaria e primitiva dell’Uomo e il suo svolgersi, perché il nostro oggi inevitabilmente contiene il nostro passato e prelude al nostro avvenire.
La Goffi nel suo percorso iniziale non crea dal nulla, ma assembla ciò che già esiste, trasformando vecchi oggetti e materiali: chiodi, legni, ferri, sassi, terra in nuove entità. La ruggine, le rotture, le usure sono tracce del vissuto e aprono nuove vie da esplorare. Riordina quindi il suo bagaglio colmo di cose e dà vita a nuove esistenze. Sin da subito prendono forma immagini fiabesche, fantasiose, ma nel contempo reali e talvolta persino terribili.
È il tempo dei suoi cavalieri: uomini forti, d’arme, uomini vincenti e fascinosi, ma anche uomini che nella lotta conoscono la morte, inferta attraverso le loro stesse spade o morte vissuta dai loro corpi, che si trasformano in fantasmi vaganti. Sono uomini, sono donne, sono entrambi. Nel tempo delle sue forme antropomorfe compaiono anche immagini zoomorfe, strani animali che si ergono come feticci. Le sue sculture sono presenze, sono ombre, sono ricordi. Sono viandanti che percorrono il nostro pensiero, l’immaginario che popola la nostra mente, intrecciando vissuto, sentito ed immaginato,in un groviglio dove non è facile distinguere le percezioni. È la storia che ripercorre se stessa, il tempo. L’Artista guarda il mondo, rivelandone le sue contraddizioni: esplora, scorge nel buio con una fonte di luce. Ma la luce è rivelazione spesso tragica e amara: bene e male si fondono.
Vorrebbe custodire la parte positiva del mondo in piccoli luoghi: teatrini di minuscole cose pescate dalla memoria (miniature di circhi, acrobati, case di bambole, animali fantastici...), riordinate secondo le regole di una buona massaia, ma in queste intime scatole s’insinua negli anfratti l’ombra, la paura. Questi contenitori preludono alle teche, attraverso la cui trasparenza, ci sono svelati gli
angeli e i demoni che si porta nel cuore l’infanzia violata. Gli aspri materiali di recupero sono ora perlopiù abbandonati per altri più leggeri: plexiglas, tessuti, perline, vetri, cartapesta...
Il linguaggio della Goffi sa quindi vestirsi della leggerezza delle piume, della delicatezza delle ali di farfalle, della morbidezza di policromi tessuti per parlare di pensieri eterei, ma anche di Verità trapananti come rotanti strumenti chirurgici. Si sente ora il bisbiglio dei bambini della Shoah, casca ora il mondo per i figli di un’infanzia negata: la scultrice dà voce all’universale silenzio.
Le sue tele, percorse da iterati punti di sutura e animate sulla loro superficie da perline, bottoni, vetri e pigmenti, si trasformano ora in pannelli: brandelli di cielo, vie lattee, luoghi depositari dei nostri sogni; ora in animali di pezza: immagini fiabesche che guardiamo con sospetto cercando di scoprire se si tratta di buone o cattive presenze; o ancora in abiti sculture: vestiti inutilizzabili che ci smarriscono.
Sono, questi ultimi, anti-abiti: grandi abiti che desidereremmo poter indossare per un’occasione memorabile, ma che rimangono appesi come utopie al filo dell’impossibilità, o teatrali vestiti che solo in una circense realtà di trapezisti potremmo indossare, ma anche abiti lucerne dentro cui non scorgiamo un corpo ma piccoli paesaggi dell’anima policroma, o ancora diafani abiti che contengono le vestigia del dolore e l’impalpabile leggerezza dei sogni.
L’Artista crea inoltre installazioni e vere e proprie ambientazioni; noi spettatori non abbiamo via di scampo, non possiamo fingere di non vedere, di non sentire, tutti i sensi sono stimolati in questo nuovo spazio parallelo, familiare e straniante nel contempo: i nostri occhi, il nostro udito, le nostre sensazioni tattili vagano nella ricerca, deambulando tra conosciuto e ignoto.
Nell’attuale e inatteso mondo poetico della Goffi desiderabili aspirazioni e pensieri soavi incontrano il ricordo, la sofferenza e la paura, in un viaggio che ci conduce nei meandri dell’umanità.
Annalisa Ghirardi


GOTTARDI
Opere non impreziosite dal marmo, non nobilitate dal bronzo, non arricchite dall'oro e dall'argento, ma rese uniche e magiche da legno, ferro, corde, sassi, reti e stoffe. Questi umili elementi si rapportano in un controcanto materico di straordinaria bellezza. L'uso di materiali diversi ne canalizza l'energia e sembra sprigionare, come si crede presso le civiltà primitive, un intenso potere terapeutico. Madri dal corpo asessuato e donato, dotate di smisurate e filiformi braccia di ferro, madri che vorrebbero trattenere in un cerchio i piccoli indifesi. Madri bambine dalla faccia di luna. Madri e solo madri, per sempre. Una sola mostra l'incavo di un ventre vuoto, tronco senza germogli. Tutto è più evanescente e rarefatto, due steli dimentiche del legno si sono dipinte d'azzurro. Un'asse colpita da uno strano arco si frantuma in un universo di sassi sospesi nel vuoto. Irrompe con il suo fascino la lievità delle stoffe: reti lacerate, brandelli di seta, mosaici di pezze diverse, stendardi raffinati. Su alcune di queste superfici, fili di perline si rincorrono argentei fra trama ed ordito, mentre ricami insoliti tracciano scritture arcane. La pazienza scordata delle nostre ave, riaffiora con ago e filo e si tramuta in arte. 'Arte povera' quella di Gabriella Goffi, ma ricca di rigore estetico, di sentimenti, di emozioni. Un'arte essenziale e raffinata che sommessa parla alla nostra mente e al nostro cuore.
Candida Gottardi

KILZELMANN
Qui l'arte è ancora capacità originaria di espressione, produttiva manifestazione di vita, vicina alle creazioni delle culture primitive. Un arte delle cose di ogni giorno per ogni giorno della vita.
Dietlind Kilzelmann

LORENZI
Gabriella Goffi ha forse capito che l'arte può sondare tutte le magie del possibile, perché si è liberata da tutti i rituali di idealizzazione e ha ritrovato la propria funzione di ripostiglio e di gioco. Oggetti, vestiti, perline e strumenti quotidiani, consunti dal tempo, sono recuperati come tessuto raro e prezioso del vissuto e del flusso di coscienza. Gabriella Goffi crea ricettacoli di memoria, teatrini di sorprese giocose o malinconiche, disegni incarnati in una materia sottile di assi, lastre, veli, pezze, ricami e fili metallici, che immaginate pronti a vibrare all'aria ed a tintinnare. Sull'aspetto di ingegnoso trovarobato prevale una delicatezza volatile di assemblaggi messi insieme, talora letteralmente cuciti, come le parole di una poesia o come l'affiorare di ricordi frammentati. Raccoglie relitti e reperti quotidiani, tende e fili come tracce di percorsi di vita, in una evocazione della memoria antropologica che crea gesti di conservazione e sacralizzazione del lato misterioso, dolce e silenzioso della vita. E sembra anche alludere coi suoi ricettacoli ad una condizione femminile storica, laddove pare esercitarsi l'antica parsimonia della massaia che tiene ordinati la dispensa e gli armadi. Ma qui è un esercizio anche diaristico di cassetti dell'anima di velamenti - svelamenti tra teche e custodie, tra polvere del tempo e fragranza lieve e allusiva di un bazar delle voglie più segrete, che però sanno di non poter evadere lo spazio e il filo della vita.
Fausto Lorenzi

MOTTA
Nelle case di campagna, una volta, il tempo del giorno era vissuto al piano terreno, tra cucina, portico e corte. Al piano di sopra si celavano le stanze riservate al tempo della notte, proibite alla frequentazione diurna e in particolare a quella dei bambini. Forse era solo per un motivo di praticità e di igiene, che serviva ad alleggerire i lavori donneschi. Certo è che quelle stanze non solo acquistavano il fascino della proibizione ma si impregnavano dei misteri del sonno e dell’intimità, della nascita, della malattia, della morte. Luoghi dei sogni, delle fantasie, delle paure, delle ombre, dell’incomprensibile. La straordinaria sensibilità di Gabriella Goffi è riuscita a ricostruire quel mondo e quelle atmosfere con le sue installazioni a Palazzo Cominelli di Cisano sul Garda. Tre stanze al piano di sopra, come nei suoi ricordi d’infanzia, con tante finestre aperte ora sullo splendore del lago, ora sul rosa tenue delle case del piccolo borgo, ora su un campaniletto incorniciato dal grigiore argentato degli ulivi, ora sul verde squillante del prato o su quello denso del bosco che si affianca alla villa. Dentro, i misteri della notte, fuori, la luminosità del giorno.
Gabriella Motta

SABATINO
Vorrei un posto dove poter lasciare la mia anima solitaria. Dove nascondere i ricordi e stare sicura. Cerco un posto che non esiste, se non nella mia mente e nelle mie mani. Creo pazientemente forme, ricamo fili di cotone, tendo stoffe, cucio emozioni sulla pelle. Uso le mani per chiudere ferite e guarire. Gabriella Goffi lavora con tessuti, fili, bottoni, ferri, piume per realizzare Abiti di luce e Nidi degli angeli e Pesi. Alcune sculture sono eteree, leggerissime, diafane, appese a mezz'aria. Altre pendono dall'alto, si avvicinano alla terra e ne succhiano il colore. Sono rappresentazione di opposti. Continua dualità tra materia e spirito, nel tentativo testardo di comporre un amalgama indissolubile. Opere come punti sull'anima grondanti sangue, dolore e carne. Gabriella Goffi è poesia, sottile malinconia del vivere. Utilizza oggetti semplici, quotidiani nel mondo delle donne, per consacrarli e dar vita al proprio immaginario. Seleziona i materiali, accosta le varie tonalità di colore, diversifica i tessuti, aggiunge vetri colorati e la scelta è così carica di possibilità da tendere all'infinito, sul filo diretto delle emozioni.
Vanda Sabatino

SCARDEONI
Non si tratta di un groviglio di emozioni. Credo che Gabriella Goffi abbia costruito per sé e per noi un percorso straordinario dentro la più dolorosa metafora dell'esistenza: il vuoto d'amore. Dalla mutilazione degli affetti familiari alla perdita della sua identità e capacità di identificarsi. Una perdita di sé come un precipizio dentro la storia dell'umano e degli uomini, fino alla sorgente delle incisioni rupestri per ricominciare a sillabare una lingua superbamente essenziale, evocata e ritrovata, ci è concesso di capire, dentro una nuova relazione d'amore. Corpi di una sacralità nuda ed ostentata, impossibili da corrompere per la loro totale estraneità al dettaglio del quotidiano e del contemporaneo, cuciti dagli archetipi dell’esistenza, si guardano e ci guardano, muti ed eloquenti, e ci narrano con il sillabario povero dei legni recuperati, dei nastri, dei chiodi, una incredibile, preziosissima storia che, ancora una volta, inarca il limite della nostra speranza. Gabriella Goffi ci può far credere, infine, che l'amore ci basta. Per incontrarla dobbiamo sostare. E poi intraprendere con fede un cammino.
Nadia Scardeoni

TONELLOTTO
Cose buttate e raccolte per caso (o caso non sarà), due occhi. E' un volto proprio quello che cercavo e stavo dimenticando. E' realtà. Due profili uno è la luna e ci sono io, il tuo vestito, la balena dove poggia il mondo. Quella di Pinocchio, ma forse no, lui non c entra. La scultura madre e figlia è unica per me e per loro, meglio ribattezzarla con questo nome. Quando mi hai perduto per ritrovarmi così bene? Non solo parole per elencarti vorrei proteggerti. Ci vuole più di una bella laguna con foschia e pioggia e qualche pallone buttato dal solito vecchio intollerante che dice: mi disturba! Tu non disturbi, Gabriella. Tu entri piano, vivi, ascolti, guardi, stringi e crei, coi tuoi cocci raccattati da unire, fai musica e ricordi la musica. Ibis guarda e tace profondamente e tenacemente dignitoso nel suo silenzio. Gli altri animali di Gabriella conoscono i bambini e si lasciano toccare senza venire sciupati. E' notevole la varietà di questi animali, composizioni sapienti dove la sensibilità dell'autrice si spande in risvolti incredibili e toccanti. C'è un suo bisogno di mettere gli occhi e il naso. Non deve confondere, chi guarda deve riconoscere. Quel profilo ti assomigliava, Danixa! Nulla è caso. Le gioie e le ricchezze di questo nuovo talento sono indirizzate bene. Non perdiamola di vista. E' conveniente crescere oggi, dove tutto ci porta a restare piccoli. Ogni tanto si incontrano creatori che sanno usare secondo la definizione di Rimbaud un linguaggio de L'âme pour l'âme. Gabriella è certamente tra questi.
Mirella Tonellotto



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